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Alceste Ayroldi recensisce Leo Pianoforte per Jazzitalia 9/11/2014

"I am the master of my fate: I am the captain of my soul (io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima)". La chiosa della bellissima "Invictus" di William Ernest Henley potrebbe essere il preludio di questa opera prima di Leo Pianoforte, perché la sua "anima" qui mette in piazza di che pasta è fatto il fiatista e vocalist dalle origini pugliesi: classe, eleganza, uno sguardo rivolto al meticcio, alla fusione di suoni tutti – o quasi - radicati nelle pieghe della cultura afroamericana, sulla quale si fanno sentire i sette anni di permanenza di Pianoforte a Londra. Il soul funkeggiante di "What would you say" e "Travellin' Man" è da far muovere le anche. Così anche il mid-tempo di "Lost in this world" che caracolla intorno a giri reggae che rimpiattano gli ornamenti della tromba di De Luca e il volteggiare al soprano del leader. C'è quel gusto per gli anni Settanta-Ottanta a cavallo tra le produzioni Motown e la New Wave più danzereccia e orecchiabile della New British Invasion, che sottolinea "Loser Man" e si ascolta anche nel brano eponimo, unico interamente strumentale. Pianoforte è il demiurgo dell'intero album: dalle composizioni agli arrangiamenti. "Music is my life" si staglia nella struttura "canzone", dove fa bella mostra questa volta il tenore di Pianoforte, vellutato ed energico che si contrappone al cadenzato, agli accenti, al registro chiaro della sua voce. Stessa via, su tempi morbidi, con "About me about you"; così anche in "Land of darkness", con tanto groove che fuoriesce dal basso di Sequestro. "Hey" ha le sue radici nella forma canzone e scivola via in scioltezza.



Leonardo Pianoforte Leonardo Pianoforte

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